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recensioni

 

The Village

di Roberto Rotunno

 
2004, M. Night Shyamalan.

Un villaggio e la sua comunità, negli Stati Uniti, che vive in una campagna, completamente isolato dal resto della civiltà. Attorno ad esso un bosco popolato da misteriose “creature innominabili” attirate da qualsiasi cosa abbia il colore rosso, colore che quindi è bandito. Governato da un consiglio di anziani, esiste da molto tempo ma qualcosa comincia ad incrinarsi…

Nel rifiuto di ogni modernità o tecnologia, quello che più mette in crisi la volontà dogmaticamente autarchica della comunità è il bisogno episodico quanto drammatico di medicine. Gli anziani non faticano a rinunciarvi, ma i giovani invece vorrebbero recarsi in città per prenderle, sfidando le creature del bosco. Non solo, ma avvengono altri “fatti” che possono sembrare banali e invece non lo sono, come il rifiuto di un matrimonio sostanzialmente combinato. Contestualmente nel villaggio le creature, che ogni tanto lo invadono, compiono strane azioni: uccidono alcuni animali e li lasciano in vista e scuoiati. In un luogo dove si vuole regni l’ordine nasce il disordine. Il promesso sposo paleserà il suo amore per la sorella cieca della promessa e per questo verrà accoltellato e reso in fin di vita dal “pazzo del paese” per gelosia. A questo punto la cieca, proprio lei che nessuno più potrà fermare, in cerca di medicinali per l’amato finalmente si addentrerà nel bosco per raggiungere la città compiendo una grande impresa e scoprendo le verità che sottendono a quel isolamento, che lascio scoprire.

Il girato, la fotografia che nei colori pastello tenui propone chiaroscuri a forte contrasto, soprattutto la vicenda nelle sue parti iniziali con quelle creature misteriose che aleggiano invisibili in ogni fotogramma, fanno pensare ad un horror. Anche il viaggio verso l’ignoto della ragazza cieca ha questi connotati. In realtà siamo di fronte ad un film pesantemente politico, intendendo il termine come una descrizione dell’esercizio del potere che la stessa compie usando la Paura come mezzo primo per attuarlo, mezzo volto ad equilibrare fonti di Disordine e spesso a trasformare queste fonti in ulteriori cause di Paura anche se in questo film forse il termine più esatto è Terrore.

Immediatamente dopo la visione il pensiero mi è andato a un film emblematico in tal senso, “Kynodontas (aka Dogtooth)” (2009, Yorgos Lanthimos), a riguardo del quale scrissi “…il totalitarismo dei regimi dittatoriali è facile da vedere, quello delle democrazie meno, è più subdolo… non c’è filo spinato, non c’è minaccia armata… una sola fonte è ammissibile e detiene la verità, le altre devono essere messe a tacere e dissentire non è solo sconsigliato, ma rappresenta una forma di peccato”. Nella comunità è assente la violenza anche come forma deterrente per il crimine, e gli atti criminali nemmeno sono previsti, eppure qualcosa che tenga a bada eventuali “ammutinamenti” occorre ed ecco che le creature misteriose svolgono questa funzione. L’uso politico della Paura non è oggi argomento sconvolgente, ma nel 2004 quando uscì “The Village”, a soli 3 anni dagli attentati dell’11 settembre 2001, era meno riconosciuto. Un altro film che ne parla esplicitamente è il famosissimo “V for Vendetta” (2005, James McTeigue), di un anno successivo ma l’omonimo fumetto di Alan Moore e David Lloyd da cui è tratto è del 1988.

“Kynodontas” in una famiglia è una metafora in piccolo, “V for Vendetta” in un’intera società s’incentra sulla rivoluzione di un singolo, “The Village” in una comunità permette in uno spettro di media ampiezza alcune considerazioni sia generali che individuali. E’ su queste seconde che mi ha particolarmente attirato. Se da una parte i motivi per cui i potenti vogliono sottomettere le masse sono, forse superficialmente, da ricondurre alla loro avidità, è meno ovvio capire perché è così facile appunto il sottomettere, su quali caratteristiche comuni degli individui questi espedienti fanno leva. Non è materia su cui possa mettermi a dissertare, mi limito a segnalare l’argomento come motivo di visione del film e a invitare a porre attenzione al fatto che non è un caso, a mio parere, che sia proprio la ragazza cieca a mostrare grande intraprendenza (anche se sentimentalmente motivata). Espediente non solo semplicemente narrativo. Pur evitando i luoghi comuni che vogliono i ciechi particolarmente sensibili a “segnali” che i vedenti spesso trascurano, il fatto stesso di non vedere la pone al riparo dai messaggi visivi, molto utilizzati per terrorizzare, con simbologie di vario genere. Per lei ovviamente, per fare un banale esempio, il tabù del colore rosso non ha senso e ne percepisce la presenza dal terrore che incute negli altri. Alla fine risulterà la meno “cieca” nella sostanza di tutti, e il finale sarà… incompiuto. Io chiudo qua citando José Saramago che nell’incipit del suo capolavoro “Cecità” (c’è anche un ottimo film ad esso ispirato) dice: “Non penso che siamo diventati ciechi. Lo siamo sempre stati. Ciechi che vedono. Persone che possono vedere ma non vedono”.

Notevole cast. Al solito bravissimo William Hurt in un’ambigua parte a lui congeniale, mentre la grande Sigourney Weaver si vede e si apprezza per troppo poco tempo dato il ruolo. Joaquin Phoenix lo stimo dal Commodo de “Il gladiatore”, dà sempre una forte caratterizzazione ai suoi personaggi. Chi ha però le parti più forti, e le svolgono egregiamente, sono Adrien Brody nei panni del pazzo e soprattutto Bryce Dallas Howard in quelli della ragazza cieca.
Bello, consigliato e meritevole del Partenone.

 
Robydick
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

***

Ace in the Hole (aka: The Big Carnival) – L’asso nella manica

di Roberto Rotunno

 
1951, Billy Wilder.
Chuck Tatum è un giornalista estremamente cinico ed ambizioso. Ripiegato nella mite Albuquerque dopo essere stato cacciato da un quotidiano di New York, trova posto in un piccolo giornale locale. “Tell the Truth” campeggia incorniciato in redazione, ricamato dalla moglie dell’integerrimo direttore, ma non è un motto che Chuck condivide. Non solo. Lui sa bene che “Nessuna nuova, buona nuova” è una massima che funziona, tranne che per i giornali, per i quali invece “La buona notizia non fa notizia”. Ha le idee chiare su cosa serve a vendere i giornali, e lo dice chiaro al giovane fotoreporter con cui è in viaggio, mettendosi nei panni del lettore medio: “Un uomo muore e noi vogliamo sapere tutto di lui. Ne muoiono cento, mille, e nemmeno leggi la notizia”. Siamo ancora all’inizio, manca soltanto l’occasione giusta per capire dove un uomo come Chuck si può spingere, e arriva proprio durante quel viaggio.

Leo Minosa è rimasto intrappolato dentro una montagna sacra agli indiani, località turistica ad ingresso gratuito annessa ad una di quelle “tipicamente americane” stazioni di servizio sperdute nel deserto, dove Chuck e il ragazzo si fermeranno per rifornire. Venuti a conoscenza della situazione da Lorraine, bellissima e disincantata moglie di Leo, Chuck prende immediatamente l’iniziativa di incontrare Leo e poi di coordinare i soccorsi. Ovvio, ha una sola cosa in mente: il grande scoop. Che ci sarà, ma tutto deve durare un po’ di giorni per compiere appieno i propositi di Chuck, molto più di quanto dei normali soccorsi impiegherebbero a salvare Leo…
Un film di qualità stilistica insuperabile. Parliamo di Billy Wilder, tra i massimi registi di sempre. Esibisce chiaroscuri perfetti ad ogni occasione, scene di dialoghi tesi in interni con macro su dettagli di persone o oggetti, cupissime discese nell’oltretomba della buca di Leo, campi aperti desolati o con masse di persone eccitate. L’arrivo del treno speciale, la discesa di gente vociante che corre alla “festa” (vedi il secondo titolo, “The Big Carnival”), tutta la calca che ne deriva, credo abbia ispirato i finali caotici di John Landis. A rendere la visione obbligatoria di questo film da Olimpo ci sono anche le interpretazioni senza voto possibile di Kirk Douglas e Jan Sterling, rispettivamente Chuck e Lorraine, due figure che si attraggono nel reciproco disprezzo.L’argomento solo apparentemente non è nuovo. Ben 10 anni prima un altro genio, Orson Welles, era uscito con lo sconvolgente “Quarto Potere”. Questi due capolavori sono accomunati dalla descrizione del potere della stampa (oggi diremmo più ampiamente “dei media”), e si differenziano per almeno due aspetti. Il primo è da subito evidente, e cioè che mentre Citizen Kane manipola a suo vantaggio la notizia dando versioni false, qua Chuck non farà dei falsi reportage ma manipolerà direttamente il fatto a suo vantaggio. Confesso di non saper dire quale dei due comportamenti sia più scorretto. Il secondo aspetto è che la “focale” in esame si sposta da chi dall’alto manipola a chi, dal basso, chiede, in una sorta di follia inconscia collettiva, di essere manipolato. E’ questo secondo aspetto, più tardivo ad emergere dalla visione ma anche più persistente, che vorrei approfondire per concludere.Chi è più cinico? Chuck che cerca di procurarsi il prodotto più amato dai lettori o lo sceriffo corrotto che capirà dal giornalista che quella è un’occasione per ritrovare il consenso popolare necessario ad essere rieletto? I “turisti del macabro” che accorreranno a vagonate o le ferrovie che per loro organizzeranno treni speciali? Lorraine che farà affari d’oro nutrendoli e facendo pagare l’ingresso al parco dove sorge la montagna o i gestori del luna park che verrà impiantato per l’occasione? L’elenco, del quale ho fatto solo qualche esempio, prosegue volendo e comprende protagonisti e comparse, queste ultime essendo componente fondamentale. La maggior parte di noi compreso chi scrive è solo comparsa nel mare magnum delle notizie e quando il film finisce ti poni una domanda, che come dicevo arriva tardiva: io a quale di quelle comparse sono assimilabile? Una solida percezione che in quanto pubblico possiamo pilotare le notizie, anche solo l’esposizione delle stesse, ci aiuta sia a scegliere le fonti d’informazione e ci responsabilizza: nel momento in cui compriamo un giornale o premiamo un tasto sul telecomando esprimiamo un voto significativo. Anche se non siamo “spiati” dall’apparecchio dell’Auditel, perché il suono del televisore si spande, s’insinua nel nostro cervello, ci farà parlare di quel che abbiamo sentito e propagherà il suo messaggio anche se ne parleremo male. “Ace in the Hole” è diretto, non usa nemmeno metafore per raccontarsi, ma non è detto che faccia centro con chiunque. Come ho detto, non è raro che inconsciamente vogliamo essere manipolati, ad una verità inconfutabile preferiamo una non-verità perché ci viene comoda e ci giustifica, e non è raro nemmeno che la negazione della verità venga fatta consciamente. Con che faccia i parlamentari che a maggioranza votarono contro, quando fu chiesto loro se un certo personaggio era sincero nel dire che Ruby “rubacuori” era la nipote di Mubarak, potrebbero guardare un film del genere? Loro la notizia l’hanno volutamente distorta persino in una sede istituzionale.

 
L’esposizione della verità dovrebbe essere il principio primo di chi pubblica notizie e il punto di partenza per chi pubblica opinioni. Dovrebbe essere il suo “Giuramento di Ippocrate”. Sappiamo che non è quasi mai così, e anche senza arrivare ai “Reporter des Satans”come nella locandina tedesca, persino da parte di chi è in buona fede. Anche io che non ho alcuno scopo di lucro sono sicuramente vittima del desiderio di compiacere al pubblico.Eccomi quindi non più tra le comparse, ma dalla parte di Chuck, in un certo senso. Non sto dopotutto fornendo notizie di un film? Dovrei chiedermi se le sto scrivendo solo con l’intento di riportare fedelmente qualità e contenuti del film, indipendentemente dal giudizio di qualsiasi lettore. La mancanza d’interesse economico – insisto perché non va mai sottovalutato nei media che devono portare a casa soldi per vivere – mi pone in una condizione vantaggiosa, ma la tentazione di parlare ad auditores è sempre dietro l’angolo, il consenso è appagante. Visto che ci sono cascato? Quante volte ho scritto “ad auditores” nelle mie recensioni? Mai. E’ chiaro che il fatto che questo pezzo sarà letto da degli universitari mi sta influenzando. Rischio persino di mettermi a parlare della Dialettica Eristica, così ben codificata da Aristotele, dell’abuso che se ne fa nei giornali e nei dibattiti televisivi. Ma non esageriamo…L’utilizzo di una perforatrice, che nel caso di questo film è sciagurato, mi ha inevitabilmente portato alla mente il caso di Alfredo Rampi, detto Alfredino (Roma, 11 aprile 1975 – Vermicino, 13 giugno 1981). Trentanni dopo questo film in Italia abbiamo avuto il primo caso di tragedia vissuta in diretta televisiva. Ne abbiamo parlato in occasione della recensione dell’ottimo film documentario di Fabio Marra “L’Angelo di Alfredo” (2011), dedicato ad Angelo Licheri, l’uomo che eroicamente andò più vicino a salvare il bambino. Non fu una vicenda di sfruttamento mediatico quella, ma che audience che ebbe! Fu un fatto che a chi del mestiere insegnò molto, e da lì a far battaglia su chi è il primo a dare notizia dei bombardamenti in Kuwait, o sull’attentato alle torri gemelle, a mettersi a far plastici su ogni genere di vicenda, il passo è stato spontaneo e breve.

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